Automazione e Intelligenza artificiale

Immaginate se a consegnarvi la posta fosse un robot alto poco più di 40 cm, in cima una piccola antenna e sei ruote a mo’ di cingolato, che si aggira accanto a voi tra vialetti condominiali, marciapiedi e bambini increduli. In realtà sta già accadendo, non servirà più immaginarlo.

Il progetto è partito lo scorso settembre in tre città della Svizzera: Berna, Koniz e Biberist nel cantone di Solothurn. I “nuovi postini” sono frutto di un accordo tra le poste elvetiche (l’equivalente delle Poste Italiane per l’Italia o l’USPS americana) con la società Starship Technologies, basata a Londra ma con radici in Estonia; attraverso il quale i piccoli robot consegnano buste, plichi e pacchi di media grandezza nel raggio di tre chilometri. Sono dotati di un sistema di blocco per evitare di essere rubati, un GPS, telecamere e sensori per evitare i pedoni. Per ora trotterellano a 4 miglia orarie consegnando solo la posta ma, se la sperimentazione andrà bene, si occuperanno anche della consegna delle medicine e della spesa per le persone che non sono in grado di fare da sole. I robot sono al 99% autonomi, solo l’1% dei loro movimenti è monitorato da operatori umani nei centri di controllo.

È quella che viene chiamata la quarta rivoluzione industriale o l’industria 4.0: dal 2013 le forniture robotiche crescono al ritmo del 15% annuo, a livello mondiale, nei settori a più alta automazione; e nel 2017 arriveranno a circa 2,6 milioni, secondo l’International Federation of Robotics, un’associazione non-profit che raccoglie organizzazioni specializzate in automazione da oltre 15 paesi. L’Unione Europea è attualmente una dei front runner nell’impiego dei robot: il 65% dei propri stati-membri impiega robot industriali ogni 100mila lavoratori. A far la parte del leone ci penserà tuttavia la Cina, che nel 2019 – stima l’IFR, nel suo report del 2016 – concentrerà per le attività industriali del paese oltre il 40% degli acquisti in robotica. E quel che è ormai evidente a tutti è che l’automazione non sta dilagando solo nei settori industriali ad alta capitalizzazione ma anche nelle piccole e medie imprese. Il boom arriverà nel biennio 2019-2020, in cui verrà raddoppiata la presenza dei robot nei processi industriali, rispetto a quanto registrato nel 2015.

Il 70% dell’automazione è per ora applicato al settore automotive, all’elettronica e alla costruzione di macchine utili nei segmenti industriali a più alto impiego di tecnologia. E il fatto che le installazioni di robot nei processi industriali siano cresciute del 40% in paesi del centro ed est Europa (Polonia e Repubblica Ceca soprattutto), ci ricorda quanto in fretta stia cambiando il mercato del lavoro: negli ex paesi comunisti sono state delocalizzate buona parte delle fabbriche per la costruzione di automobili. La densità della presenza di umanoidi intelligenti resta però concentrata nei paesi del centro e nord Europa: Germania, Regno Unito, Danimarca, Olanda e Svizzera.

Gli Stati Uniti restano il quarto mercato di robotica del mondo: all’interno dell’area dell’accordo commerciale NAFTA (Usa, Canada e Messico) il numero dei robot industriali cresce del 17% annuo. Ma il primato dell’automazione, dopo gli Usa e il vecchio continente, spetta al Giappone e alla Repubblica di Corea (Corea del sud). Non è un caso, quindi, che in Giappone l’uso dei robot, applicato anche nelle mansioni amministrative, abbia già portato ai primi licenziamenti o alla ricollocazione dei dipendenti (è il caso di una compagnia di assicurazioni che ha licenziato 34 dipendenti sostituendoli con robot dell’IBM).

Ma non sempre i robot sottraggono posti di lavoro: dal 2010 al 2015 il settore automotive, sebbene le vendite del settore abbiano subito alti e bassi, è cresciuto di 230mila unità. Un + 2,5% che ha avuto ripercussioni non solo in America – dove l’economia ha tirato di più – ma anche in Germania e nei paesi del centro-nord Europa. Un recente studio pubblicato dall’istituto tedesco non-profit per la ricerca economica europea (ZEW), in partnership con l’università di Utrecht, conferma il buon effetto trainante dell’automazione: ridurre i costi di produzione, grazie ai robot, significa migliori prezzi di mercato. E la domanda crescente è il “grilletto” per far aumentare i posti di lavoro.

Una recente ricerca degli studiosi George Graetz e Guy Michaels della Uppsala University e della London School of Economics (“Robots at work”), offre per la prima volta – e in mezzo a tante analisi nere sul mercato del lavoro e i robot – uno scenario molto oggettivo: i robot industriali sono stati fino ad oggi un driver di produttività e crescita economica. Cosa sostengono in sostanza, Graetz e Michaels?

Innanzitutto partono dai dati e dalla metodologia: non ci sono evidenze sostanziali di perdita di posti di lavoro a causa del boom dell’automazione e i dati non sono ancora sufficienti per parlare di robot che portano disoccupazione tra i lavoratori. L’unico e più obiettivo sistema è guardare a come si è evoluto il mercato del lavoro e la produttività dal 1993 al 2007; anni in cui i dati permettono di tracciare delle conclusioni. Ebbene, l’uso dei robot nei settori più dediti all’automazione (manifattura, ad esempio) ha aumentato annualmente la produttività e il prodotto interno lordo, nell’arco di tempo considerato. Non solo: il contributo dei robot all’aumento della produttività negli anni Novanta e Duemila è comparabile al fattore “general purpose technology” (GPT): una tecnologia che influenza, anche drasticamente, l’intero sistema economico. Paragonabile alle ferrovie un secolo fa, l’elettricità, la meccanizzazione, l’automobile, il computer, internet e la “control theory”: l’automazione appunto. E per quello che riguarda più specificatamente la perdita di posti lavoro, i due studiosi ricordano, tra gli altri, un paio di dati cruciali: la Svezia ha il 60% in più di robot (per ora lavorata) rispetto agli Stati Uniti, grazie all’elevato livello di tecnologia usata nel settore chimico. Eppure la Svezia ha perso meno posti di lavoro degli Stati Uniti. E lo stesso può dirsi per la Germania: 19% di posti di lavoro persi (1996-2012) a fronte del 33% oltreoceano.

Il punto cruciale è in sostanza: l’arrivo dell’automazione ha fatto aumentare l’impiego di lavoratori maggiormente specializzati e ha cambiato – e continuerà a farlo – la domanda di lavoro richiesta dai vari settori professionali.

In attesa del 2019 – il prossimo round di investimenti in automazione e boom nell’impiego dei robot – tutto il mercato del lavoro, ogni compagnia, pmi e micro azienda, deve concentrare le proprie risorse su nuove competenze e soprattutto sulla collaborazione tra umani e intelligenza artificiale, tra automazione e lavoratori. Perché, come ricorda la stessa IFR, dietro ogni progresso tecnologico c’è l’invenzione di un uomo.