WORKAHOLISM

Il lavoro è stato per secoli ritenuto un’attività di infimo livello, destinata alle classi sociali più basse. Col passare del tempo, e soprattutto negli ultimi decenni, in seguito a cambiamenti sociali significativi è aumentato il peso dell’identità lavorativa sull’identità personale con la conseguenza che la società moderna vede sempre più soggetti dedicare al lavoro maggiori spazi fino a generare veri e propri disagi psicofisici. Il malessere sociale che nasce dall’eccessivo tempo riservato al lavoro è stato descritto, negli ultimi anni, come “burnout”, oppure “sindrome da stress lavorativo”, ma soprattutto come “workaholism” (definizione coniata in America nel 1971, rifacendosi al termine inglese “alcoholism” con cui si identifica la dipendenza da alcool).

Come per altri tipi di comportamento, anche nella propensione all’eccesso di lavoro si possono rintracciare quattro principali motivazioni che, spinte all’estremo, permettono di disegnare il profilo di diversi work-addicted: lavoratore competitivo e orientato al potere, lavoratore iperambizioso e orientato al successo, lavoratore solo e orientato all’affiliazione (le numerose ore passate al lavoro rappresentano un modo per non ritrovarsi a vivere la solitudine), lavoratore orientato all’evitamento (buttandosi a capofitto nella propria attività, il soggetto evita un problema, che può essere di natura affettiva, sociale o familiare).

Ciò che contraddistingue psicologicamente un “workaholic” è la presenza del pensiero del “vivere per lavorare” che, per una o più ragioni, ha sostituito quella del “lavorare per vivere”. Nella dipendenza dal lavoro quello che manca è anche il semplice desiderio di fare qualcosa che per il momento non è possibile fare proprio a causa del lavoro stesso.

Affrontare questo tipo di problema significa rivedere e riconsiderare i tempi e gli spazi da dedicare alla vita lavorativa, imparando ad apprezzare altre attività, spesso meno remunerative, talvolta altrettanto gratificanti, grazie alle quali è possibile ripartire con nuovi obiettivi.

La Società moderna, con lo stress che la contraddistingue, non aiuta a migliorare la situazione. Sempre più aziende chiedono ai propri dipendenti estrema flessibilità in termini di orario, anche a causa del fatto che oramai il business si sviluppa a livello globale e bisogna essere presenti con tempestività sia sui mercati asiatici che americani. Questo comporta una “diluizione” della presenza in azienda dal mattino presto fino a tarda serata.

Compito di un buon Manager è saper leggere i segnali di stanchezza nel proprio staff, individuando eventuali comportamenti distorti che potrebbero sfociare nel workaholism, che potrebbe avere pesanti e negative ripercussioni non solo sull’equilibrio mentale del dipendente, ma anche all’interno dell’azienda stessa, poiché lo stress non favorisce la produttività e genera calo di concentrazione ed errori.

Nel nostro lavoro di consulenza in BFK HR Consulting SA, vediamo ogni giorno evolvere il mercato del lavoro in questa direzione: disponibilità oraria e resistenza allo stress sono elementi pressoché onnipresenti tra i requisiti richiesti dalle aziende. Un ruolo importante in questo nuovo scenario viene quindi giocato dall’equilibrio interno ad ognuno, dalla capacità di dedicarsi al lavoro senza abusare di se stessi, sapendo coniugare impegno e dedizione all’azienda con spazi personali dove “scaricare” lo stress, le tensioni e la fatica quotidiana.

In fondo, come diceva il filosofo Montaigne, “il merito della vita non sta nella quantità dei giorni, ma nell’uso che facciamo di essi”.